Iceland, the land of the old Gods * Islanda la patria degli antichi Dei

Sabato 29 luglio da Zurigo, il volo per l’Islanda è durato ca. 4 ore. Siamo arrivati nel primo pomeriggio e dopo aver ritirato l’auto a noleggio, abbiamo velocemente raggiunto l’appartamento (Home by the Sea a Keflavik) dove abbiamo passato la prima notte.
Con Massimo abbiamo verificato il percorso per il giorno seguente, sulla base dell’itinerario già stabilito. Avendo riservato in anticipo tutte le strutture dove avremmo pernottato, ma abbiamo una certa flessibilità per scegliere i posti ed attrazioni turistiche da visitare, giorno dopo giorno.

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Domenica 30 luglio abbiamo percorso le statali N.41/N.49/N.1/N.36 in direzione nord verso il Parco nazionale Þingvellir. In questo parco si dovrebbe restare per diversi giorni, c’è moltissimo da vedere ma principalmente è bello per la sua natura variegata. Le faglie tettoniche provocate dal movimento delle placche hanno creato una cascata di dimensioni ridotte (Öxarárfoss) della quale è impressionante il contrasto dei colori dell’acqua e delle rocce basaltiche nere che la contornano. Il terreno è tappezzato da minuscoli fiorellini rosa del timo selvatico, lilla della silene, gialli del ranuncolo e bianchi dell’angelica e ovunque c’è del muschio che s’insinua tra le fenditure delle rocce basaltiche e laviche. Questa è anche una delle “location” del film Game of Thrones. Abbiamo in seguito continuato il nostro viaggio su diverse altre strade fino alla vallata di Haukadalur, che è la zona di maggiore attività geotermica d’Islanda. A sorprenderci, le varie vasche ribollenti d’acqua come anche la colonna d’acqua e vapore del geyser Strokkur che raggiunge i 30 metri d’altezza con un’attività ogni 6/10 minuti. L’altro geyser Geysir, i cui spruzzi raggiungevano oltre gli 80 metri, è inattivo da tempo a causa di cedimenti interni dei tunnel.

Proseguendo verso nord attraverso paesaggi incantevoli, abbiamo visto la cascata più famosa d’Islanda: la Gullfoss. La conformazione geologica del territorio ha permesso al fiume Hvitá d’erodere gli strati di roccia con intensità diversa, incidendo due distinti livelli che formano la cascata, la prima di 11 metri e la seconda di 20 metri. La forza della natura rinchiusa in queste cataratte d’acqua gelida lascia l’osservatore senza parole. Ho visto delle foto scattate nel periodo invernale, dove il ghiaccio la contorna in un gelido bianco abbraccio… semplicemente affascinante.

Dopo Gullfoss, malgrado ciò non fosse autorizzato alle macchine a noleggio (in tutta onestà ce ne siamo accorti solo in un secondo tempo), abbiamo deviato sulla N.F35 verso nord fin oltre il lago Hvitàrvatn e tra i due ghiacciai Langjökull che copre un’area di 953 km2 (a sinistra) e Hofsjökull di 925 km2 (a destra).

Questo percorso è stato il primo, ma non ultimo, massacrante esperimento su strade di terra battuta decorate da buche e sassi di varia grandezza. La nostra incoscienza ci ha però regalato delle vedute incredibili anche se poi al rientro al Guesthouse Heidi di Selfoss, eravamo letteralmente distrutti.

Lunedì 31 luglio al mattino abbiamo lasciato il guesthous e dapprima siamo ritornati per qualche km a nord per visitare la cascata Faxifoss, di dimensioni molto inferiori alla Gullfoss e quindi meno famosa. È larga 80 metri ed alta 7 ed il territorio circostante è piatto ed il fiume che vi scorre è zona ambita di riproduzione dei salmoni. Questa pianura è anche adatta all’allevamento dei cavalli che, a parte le pecore che ti ritrovi ovunque e nei posti più inimmaginabili, supera di gran lunga la popolazione dei bipedi dell’isola.

Ritornati sulla N.35 in direzione sud, abbiamo visitato il cratere di Kerið all’interno del quale il laghetto smeraldo/turchese risplende come una pietra preziosa ai raggi del sole. Abbiamo percorso il suo perimetro, assaporando l’istante, cercando d’immaginarlo completamente ghiacciato durante il lungo e freddo periodo invernale.

Kerið si è formato 6.500 anni or sono ed ha una forma ovale, 55 metri di profondità e 270 x 170 metri li lunghezza e larghezza. Considerando che in Islanda l’attività vulcanica è tutt’ora in atto, non sorprende di ritrovare dei crateri un po’ ovunque.

Lungo la N.34 passando da Selfoss abbiamo preso la N.1 in direzione est e ci siamo fermati alla cascata Seljalandfoss che misura 60 metri d’altezza e una ventina di larghezza, e la Skógarfoss di 62 d’altezza e metri 30 metri di larghezza.

Va precisato che l’Islanda è la patria delle “1000 e 1 cascate” e la zona sud dell’isola dalla speciale conformazione geologica, ne offre al visitatore moltissime altre forse appena dei rivoli bianchi a strapiombo che spiccano sulla roccia basaltica nera con muschio ed arbusti verdissimi tutt’attorno.

Non ci siamo subito fermati subito alla Guesthouse Kverna di Skogar, ma abbiamo preferito usufruire del tempo per visitare anche le nere spiagge di Dyhólaey e Reynisfjara e Vic í Mýrdal con gli enormi pinnacoli di basalto che come grinfie d’un mostro, sorgono dalle acque dell’oceano. Impressionante le ripidissime falesie che, per chi soffre come me di vertigini, vanno ammirate da una distanza di sicurezza. Difficili da essere raggiunte, sono quindi un ottimo luogo per nidificare.

L’avifauna presenta una notevole quantità di volatili ma i più simpatici di tutti sono i puffin, le pulcinelle di mare, adorabili uccelli migratori che si trovano sull’isola durante l’estate all’incirca tra il 20 maggio ed il 20 agosto.

Martedì 1 agosto abbiamo lasciato Skogar e proseguito il viaggio sulla N.1 ripassando dalla punta sud di Vic í Mýrdal, lungo le distese laviche lasciate dalle eruzioni del Mýrdalsjökull (un vulcano dormiente ora ricoperto di ghiaccio), di Elðhraun ricoperte da un muschio biancastro e poi attraverso la piana di Skeidarársanður lasciata dalle miriadi di rigagnoli che dal Vatnajökull, arrivano all’oceano.

Per mancanza di tempo poiché bisognava camminare in totale 4 ore, non abbiamo visto la cascata Skáftafell ma abbiamo proseguito verso il lago ghiacciato Jökulsárlón e la sua laguna.

Il Jökulsárlón è il più grande lago di origine glaciale dell’isola ed è situato al sud del Vatnajökull che a sua volta è il ghiacciaio più grande d’Europa il quale ricopre una superficie di 8.300 km2. Nel periodo estivo quando l’atmosfera si riscalda fino a ca. un massimo di 15° i blocchi di ghiaccio che cadono dal ghiacciaio vanno alla deriva sul lago per poi raggiungere il mare.

Una strana visione questa, che mi riportava memorie significative degli iceberg di ben maggiori dimensioni visti al largo di Anchorage molti anni or sono.

L’itinerario di martedì era parecchio lungo poiché seppure con più di sei mesi d’anticipo, non ero riuscita a trovare una sistemazione per la notte sulla costa sud. Lungo questo tratto di strada, sempre sulla N.1 abbiamo anche visto miriadi di oche selvatiche, anatre e cigni (si consideri che le specie di uccelli sono quasi 100 inclusi quelli di passaggio e migratorio). Sempre costeggiando l’oceano lungo i fiordi che presentavano paesaggi sempre variati e spettacolari, siamo arrivati al Saxa Guesthouse a Stöðvarfjörður piuttosto tardi.

Mercoledì 2 agosto abbiamo viaggiato sempre sulla N.1 lungo parte dei fiordi della costa est, fino alla Hengifoss costeggiando il Lagarfljót dalle tipiche acque glaciali color latte. La cascata di Hengifoss cade su di una parete stratificata dove sono ben visibili due particolari tipologie geologiche: strati di argilla rossa (ossidazione del ferro nell’argilla) racchiusi tra strati di basalto di 5-6 milioni di anni, provenienti da eruzioni vulcaniche del Terziario. Molto impressionante anche le “colonne” di basalto nero che formano i le colline tronche della zona. Poi abbiamo imboccato una delle solite strade di terra battuta la N. 917.

Per arrivare alla Sirekstaðir Farm Holliday di Vopnafjörður, abbiamo fatto dei sali-scendi sulle lingue di terra (Smörfjöll 1250 m/sm) dove sulla terrazza panoramica di Útsýnisstaður abbiamo avuto una meravigliosa vista della strada serpeggiante sotto di noi come pure delle distese a perdita d’occhio delle spiagge di sabbia nera.

Anche a quelle alture si presentavano ai tuoi occhi appagati, muschio verdeggiante a tratti quasi fosforescente, pecore con o senza corna, uccelli marini e minuscoli fiorellini sferzati dal vento.

La fattoria era di modeste dimensioni, come pure la nostra cameretta, ma seppur dovendo dividere il bagno con altri ospiti, lì abbiamo potuto cenare vegetariano e gustare qualcosa diverso dal pane da toast e formaggio.

Giovedì 3 agosto ce la siamo presa con comodo, i proprietari della fattoria B&B ci hanno offerto un cappuccino e poi in auto in direzione di Vopnafjörður e subito dopo la piccola cascata Selárfoss (se abbiamo capito bene si troverebbe su di un terreno di pesca privato). Siamo stati sulla penisola fino a Strandhöfn (N.913) andata e ritorno, visto che eravamo abituati ai percorsi sterrati. Sulla N. 85 si prosegue verso la penisola di Langanes fino ad imboccare la N.869 che da terra battuta, improvvisamente diventa percorso a buche enormi e sassi di considerevole grandezza, fino a Skoruvík e Skálar. Le falesie immense di oltre 60 metri a strapiombo sull’oceano, permettono anche qui la nidificazione di vari tipi di uccelli tra i quali la più grande colonia di sule sull’isola. Skálar è un villaggio di pescatori abbandonato da molti anni, ma dove gli americani durante la seconda guerra mondiale avevano costruito un radar.

Lungo tutto il percorso costeggiante l’oceano, pezzi di legno oramai bianco a causa dell’acqua marina, “sporca” la visione delle interminabili spiagge; mi sono più volte chiesta da dove proviene e perché non viene raccolto per essere in seguito riutilizzato o bonificato.

Sfortuna vuole che sulla N.875 verso Raufarhöfn, quindi sempre sulla strada sterrata (guidavo io da Skálar) ci accorgiamo che il pneumatico posteriore destro perde pressione.

Beh, nulla di straordinario, considerando il tragitto tra buche e pietre, ma evidentemente una seccatura. Arrivati all’hotel Norðurljós, Massimo ha subito preso contatto con un garage che fortunatamente ha potuto riparare la gomma.

Eravamo a pochissimi chilometri sotto il Circolo Polare artico, quasi con il famoso “sole di mezzanotte” se solo avessimo fatto un ulteriore sforzo e guidare ancora fino a Hraunhafnartangi che è il punto più a nord dell’Islanda. Ma con il problema della gomma quasi sgonfia e la pista di buche e sassi, abbiamo lasciato perdere.

Il venerdì 4 agosto abbiamo ripreso il nostro viaggio sulla N.85 verso Kópasker e poi in direzione sud verso il canyon di Asbyrgi e la sua vallata vulcanica con un piccolo lago color verdognolo all’interno del quale si riflettono i faraglioni delle rocce circostanti. Ho avuto un incontro ravvicinato con un beccaccino che avrei anche potuto toccare dacché era a mezzo metro da noi tra il fogliame. Era immobile e sicuramente cercava di mimetizzarsi per proteggere il suo nido, poiché avevo sentito dei flebili pigolii.

Lungo il fiume Jökulsá á Fjöllumsi si incontrato 5 cascate: Vigabjargsfoss, Rettarfoss, Hafralgisfoss, Dettifoss, Selfoss ma noi abbiamo visto solo le ultime tre.

In seguito abbiamo ripreso la N.864 che più a sud si congiunge con la N.1. attraverso un terreno di rocce vulcaniche per raggiungere il lago Mývatn.

Prima di giungere al lago, abbiamo visitato la zona geotermale di Hverir (Hverarönd) che è la più attiva dell’isola. Tutta la regione sembra dipinta da un artista che ama particolarmente il colore ocra. Si può attraversare serpeggiando su stretti sentieri tra le numerose fumarole e pozze di fango ribollente, risalire più in alto sul monte Námafjall che permette di ammirare il paesaggio sotto un’altra prospettiva. L’odore di zolfo è intenso ed al di fuori dei passaggi determinati, il calore del sottosuolo di Hvrer è altissimo e bisogna quindi prestare molta attenzione a dove si mettono i piedi.

Dalla N.1 siamo poi entrati nella N.848 per seguire girare attorno alla parte est-sud del lago Mývatn, si tratta di un lago vulcanico amplio di 37 km2 che raggiunge una profondità massima di 4,5 m. Abbiamo fatto una passeggiata in un parco nei pressi del lago, dove anche le betulle ed alberi raggiungevano discrete dimensioni… luogo ideale per funghi, visti molti, ma non raccolti considerando che lì eravamo solo di passaggio.

Un po’ stanchi, abbiamo lasciato la cascata Goðafoss per il giorno seguente e ci siamo subito diretti a Ljósavain all’Hotel Tjarnir.

Sabato 5 agosto mattino siamo ritornati per un breve tratto di strada sulla N.1 e visitato la cascata Goðafoss che è larga 30 m. alta 12 m quindi a “ferro di cavallo”. Il luogo è super attrezzato per i turisti con un negozio di souvenir: trasgredendo le regole, Massimo ha anche potuto fare delle belle foto con il drone.

Nella cittadina di Akureyri abbiamo visitato il parco botanico che vale veramente la pena di vedere! Mi sono stupita dalle moltitudini di specie di fiori e piante provenienti da nazioni della fascia climatica “fredde”. A contatto con il circolo polare Artico, l’Islanda è caratterizzata da un clima rigido il quale si rivela spesso fatale per le piante, questa la necessità di sostituire gli esemplari anno dopo anno. L’istituto di ricerca botanica ha la priorità fondamentale di trovare specie che possano essere coltivate in Islanda le quali possono tollerare il clima rigido.

Proseguendo N.82 fino a Ólafsfjörður quindi abbiamo lasciato la costa del Eyjafjörður per addentrarci nell’entroterra sulla N. 802 per poi risalire la penisola sulla N. 76 fino al paesino di pescatori Siglufjörður, passando da due distinte gallerie di parecchi km nelle quali c’è solo una corsia e ogni 50 metri uno spazio laterale per incrociare le auto che provengono dall’altra direzione.

Presso il Guesthouse Gimbur abbiamo (quasi) potuto ammirare il sole di mezzanotte, che delizia i visitatori tra il 31.5.-31.7.2023, con un tramonto sul mare artico alle 23:30 che rimaneva cremisi per svariate ore. In verità, durante tutto il viaggio non abbiamo mai avuto delle notti oscure nelle quali si può ammirare le stelle in cielo… I padroni del Guesthouse sono stati gentili, la casa è spaziosa con accesso alla cucina, possibilità di farsi un bagno nella vasca termale esterna. La nostra camera era sul lato esterno con un bagno privato ed una stupenda vista sull’oceano che abbiamo cercato di raggiungere ma senza riuscire a scendere giù dalle falesie a strapiombo.

Domenica 6 agosto siamo ripartiti sempre sulla N. 76 sulla costa ovest della penisola Vatnsnes e lungo il fiordo Skagafjörður imboccando la N.75 e poi le N.744/745. Da lontano abbiamo visto delle balene (ci si fermava sulla strada quando notavamo turisti con macchine fotografiche). A tratti, distese verdeggianti presentano delle vene argentee d’acqua che scorreva tra muschio e arbusti nani. Qua e là piccoli fiorellini montani danno un tocco di colore all’uniformità verdeggiante del terreno. Scendendo dai culmini rocciosi delle penisole, il paesaggio è sempre variato differenziandolo solo dal colore della terra che nei millenni ha ricoperto le rocce laviche.

Ai bordi di una scogliera, lungo uno stretto sentierino e poi una scala che dall’alto delle falesie arrivava all’oceano, abbiamo raggiunto la spiaggia di sabbia nera e fotografato la “scultura” rocciosa di basalto dell’Hvítserkur dove nidificano migliaia di uccelli.

Continuando sulla N.745 e scendendo la penisola verso sud, avevamo la speranza di poter vedere le foche che in quella zona tra Illugastaðir e Svalbarð vengono a sdraiarsi al sole. Certo ve n’erano diverse, ma avremmo dovuto avere con noi un cannocchiale per poterle vedere bene. Da qualche parte poco prima di Blönðuós siamo rientrati nella N.74 e poi nella N.1. Abbiamo poi passato la nona notte al Gauksmyri Guesthouse Hvamnstangi.

Lunedì 7 agosto abbiamo fatto una maratona lungo la costa prima sulla N.1 e poi sulla N.68 e sulla N.61 in direzione nord-ovest sempre costeggiando l’oceano, per raggiungere l’Hotel Sandafell a Þingeyri. Lungo la costa abbiamo fatto qualche fermata, in un villaggio di pescatori (a me sembrava anche un’ottima attrazione turistica) dove abbiamo trovato un baretto che apriva alle 13:00. Disseminate lungo il percorso, erano segnate quali attrazioni parecchie cascate come pure anche luoghi d’avvistamento balene, che però non abbiamo visto. A sorpresa, dopo l’ennesima rientranza di un fiordo del quale non ricordo il nome, ho inizialmente visto moltissimi cigni in acqua ed improvvisamente, su di un grosso masso che sporgeva dall’acqua, due grosse foche che sono anche riuscita a fotografare.

L’hotel Sandafell non è nulla di eccezionale, anche questo un po’ vetusto ma almeno il letto era comodo e dopo un girovagare di tante ore, tra vento gelido, polvere e nebbia è sempre un piacere potersi fare una doccia calda. La vista sul fiordo ovest di Dýrafjörður presentava montagne meno impressionanti di quelle formate da falesie, ma comunque di una rispettosa altezza.

Martedì 8 agosto abbiamo lasciato l’Hotel Sandafell dopo la colazione, siamo partiti sulla N.626 verso est in direzione della cascata Dynjandi che è composta da ben sette salti per un’altezza totale di 100 m. Dall’alto, a metà strada dalla piattaforma montagnosa da dove la cascata precipita, c’era una visione molto bella della zona circostante fino giù al fiordo dove si rispecchiavano le montagne in parte rocciose e nella parte inferiore ricoperte di muschi e arbusti verdissimi con pianticelle dai riflessi bluastri, di succosi mirtilli.

Anche lungo questo tragitto, tra un fiordo e l’altro, abbiamo avvistato delle foche e moltissime specie di uccelli marini non proprio facili da fotografare.

Lungo la N.60 per poi entrare sulla N.63 verso nord per Bíldudalur attraversando le penisole di Miðvörðurheiði e di Patreksfjörður e quella di Saudlauksdalur sulla N.612 di terra battuta, e poi sulla N.614 fino alle spiagge dorate di Rauðiasandur. Inizialmente pioveva ed era fastidioso camminare tra l’erba alta per raggiungere la spiaggia che era larghissima, a perdita d’occhio. Moltissimi uccelli nidificano tra l’erba e l’aria era colma dei loro gridi, forse anche d’allarme, visto che di turisti ne erano arrivati parecchi. Avevo trovato strano camminare sulla sabbia in quanto il suo colore mutava sotto i miei passi: in superficie era color ocra che ai riflessi del sole diventava dorata, ma sotto appariva il solito colore nero della sabbia vulcanica.

Ritornati sulla stessa strada attraversando nuovamente la penisola fino alla N.612 siamo andati in direzione di Látrabjarg e le sue stupende scogliere a strapiombo dell’oceano sulle quali nidificano almeno sei specie di uccelli marini (e naturalmente le pulcinelle di mare). La stradina che porta alla punta estremo ovest dell’Europa era di sabbia, dove non si poteva passare con due auto, ma ne era valsa la pena. Lì faceva un freddo tremendo e anche se indossavo il piumino con cappuccio e la pashmina, gelavo. Il vento che soffiava dall’oceano era fortissimo, aveva avvolto tutta Látrabjarg nella fitta nebbia. Era una sensazione stranissima che mi aveva messo addosso ansia, considerando che gli strapiombi dove nidificavano i volatili erano al nostro lato a meno di un metro. 

Ritornati sullo stesso percorso verso la destinazione dove avremmo passato la notte, ci attendeva una sgradevole sorpresa. Arrivati al Hænuvík Cottages passando da un’allucinante strada (se così la si può definire) intagliata nella roccia, piena di buche e col precipizio ad un paio di centimetri dalle ruote di destra, siamo rimasti un po’ amareggiati dacché il “cottage” non era quello che avevo riservato: la prima fastidiosa delusione… Il paesaggio attorno era comunque speciale, una zona dove nidificano urie e sule le quali non erano molto felici della nostra presenza. Durante la lunga passeggiata che abbiamo fatto fino alla scogliera, volavano attorno a noi gettandosi in picchiata quasi a toccarci i capelli lanciando degli strani stridii. Molto probabilmente avevano dei nidi nell’erba alta e si sentivano minacciati dalla nostra presenza e quindi, più che logico, cercavano di intimorirci (e ci sono riusciti).

Mercoledì 9 agosto avevamo un lungo viaggio verso Skriöulard  (Staðarhóll) sulla N.612, la N.62 fino a Flókalundur e poi la N.60 fino a Krósfjardarnes, scegliendo poi non passare sul ponte ma seguire allungando il percorso al lato del fiordo Gisfjrður sulla vecchia strada N.602/690.

Per la maggior parte del percorso, abbiamo sempre costeggiato l’oceano, con visioni sui fiordi e scogliere a strapiombo sull’Atlantico. Via via che ci si allontanava dalla penisola verso est sulla N.62, la costa sud presentava meno spiagge e inaccessibili, la maggior parte insenature di sabbia grigia/nerastra dove si scorgevano molti uccelli. Sulla nostra destra, le alte creste della penisola erano in parte ricoperte di ghiaccio eterno.

Appena svoltati a sinistra sulla N.690 in direzione delle Wicky Wheat Farm, ci siamo addentrati su di una stradina privata ancora più scoscesa delle altre. Lasciato l’auto, abbiamo camminando per una mezz’ora nell’erba che arrivava alle ginocchia, e finalmente raggiunto la piccola cascata Kleifarfoss che essendo poco conosciuta e parecchio fuori mano, pensavamo di essere gli unici… ma ci abbiamo trovato i “soliti” 3 turisti a prendere il sole.

Dopo Kinnarstaðir sempre sulla N.60, il paesaggio è un po’ mutato, al posto delle rocce un po’ di verde ha iniziato a ricoprire il paesaggio.

Nell’ultimo pezzo del percorso fino al Gil guesthouse, il terreno era pianeggiante ma si era alzato un vento fortissimo. Il Guesthouse a Búðardalur è rinnovato da poco tempo, le camere sono molto grandi con servizi privati ed una lounge con frigorifero, macchina da caffè e microonde. I proprietari erano gentilissimi e ci hanno offerto di preparare anche la cena, ma come sempre, di vegetariano potevano offrirci solo della pizza.

Giovedì 10 agosto dopo la buona colazione nel Gil Guesthouse, abbiamo ripreso la N.60 e ci siamo fermati nel primo paese per fare provviste e lavare l’auto che da blu era diventata marrone.

Abbiamo preso la N.55 verso l’entroterra del fiordo fino ai due laghetti di Oddastaðavatn e Hlíðarvatn su di una stradina stretta e di terra battuta nella zona lavica del Hnappadalur. 

Poi siamo ritornati sulla stessa strada per rientrare nella N.54 che costeggia il fiordo Hvammsfjordur  con una virata ad ovest fino al promontorio di Stykkishólmur con il suo bel faro rosso. Nuovamente ritornati un pezzo indietro, siamo anche andati sull’altro promontorio di Klattkur sulla N.576 dove falesie spettrali spuntano dal terreno composto da sabbie oscure. Purtroppo le foto che ho scattato non offrono lo spettacolo reale, che sarebbe stato fantastico se ripreso dal drone ma c’era troppo vento.

Ritorniamo per un breve tratto sui nostri passi fino alla N.54 per imboccare poi la N.574 verso Ólafvik dove abbiamo riservato una camera al Bikers Paradise ad Ólafvik. Considerndo che era ancora presto, abbiamo pensato di fare il giro della penisola di Snæfellsnes, attorno al vulcano spento ora ricoperto da ghiaccio: lo Snæfellsjökull. Purtroppo a parte il vento fortissimo, il cono vulcanico era completamente circondato da nuvole e nebbia e non abbiamo visto nulla.

Siamo quindi ritornati verso Ólafvik e passato la notte nel Bikers Paradise.

Venerdì 11 agosto partiti da Ólafvik relativamente tardi ma felicissimi che il tempo era splendido con un bel sole ed il cielo terso, abbiamo quindi deciso di rifare il giro attorno al vulcano per scattare qualche foto. Ci siamo però prima fermati per vedere un’altra cascata, la Svöðufoss alta 10 m. dietro la quale svettavano il Snæfellsjökull con le sue nevi eterne. Girato attorno al vulcano su di un sedime prettamente di rocce vulcaniche, abbiamo ripreso la N.54 verso est che a tratti costeggia direttamente l’oceano. Abbiamo risalito su di una comoda scala il cratere di Ljósufjöll fino alla vetta dove il vento era fortissimo e si doveva fare attenzione a non perdere l’equilibrio.

L’altra meta era il cratere di Eldborg sulla N.55, che si innalza ben 60 m. al di sopra del campo di lava circostante, ora ricoperto da poca e spartana vegetazione, in maggioranza cespugli bassi, incastrati tra rocce laviche. Il suo diametro è di 200 m. ed è profondo 50 m. Per raggiungerlo abbiamo camminato per un paio d’ore in quanto dista 3 km. dall’area di parcheggio. Per salire sulla sua vetta, ci siamo aiutati con una catena fissata sulla parete, impresa non del tutto semplice considerando il terreno molto scosceso.

Risaliti in macchina siamo nuovamente tornati indietro per un pezzo e ripreso la N.54 in direzione di Borganes dove poco prima della cittadina, ci siamo diretti ad est verso il Guesthouse Hestaland che è anche una grande scuderia con allevamento di cavalli. Ma prima di fare check-in siamo continuati sula sempre più ad est sulla N.50 per visitare le cascate Hraunfossar e Barnafossar.

Molto diverse dalle altre cascate visitate, queste sembrano sgorgare direttamente dal campo lavico lasciato da un’eruzione dei vulcani che ora si trovano sotto il ghiacciaio Langjökull del quale ho già scritto precedentemente. Sono molti piccoli fiumiciattoli lungo un’area di quasi 1 km., al lato dei quali, su entrambe le sponde, è possibile passeggiare. La visione dell’acqua che sgorga dalla roccia, il suo fragore e forza, ti fanno davvero sentire impotente ed al contempo affascinato dalla maestosità della natura selvaggia.

Il Guesthouse durante l’estate offre unicamente la colazione e la cucina è chiusa, mentre nel periodo invernale gli ospiti hanno anche la possibilità di accedere a pentole e piatti per cucinarsi la cena. Hestaland dispone anche di una scuderia con molti cavalli che durante il giorno sono liberi di galoppare attorno alla tenuta.

Adagio adagio una sorta di tristezza si insinua nel cuore, sono consapevole che la nostra avventura islandese sta per concludersi.

Sabato 12 agosto abbiamo fatto un’abbondante colazione e rivisto la prossima meta: in direzione di Bilfröst sulla N.1 per vedere il cratere di Grábrók che è il più grande dei tre crateri presenti lungo la spaccatura vulcania sul campo lavico di Grábrókarhraun, ed il lago di Hreðavatn. Il vento era nuovamente fortissimo e la salita verso la bocca del cratere è stata un po’ faticosa seppure il sentiero era ben demarcato e lastricato con delle travette in legno.

Siamo in seguito ritornati sulla N.1 e scesi in direzione sud-ovest fino alla stretta penisola di Akranes che abbiamo seguendo la N.51. Sulla punta estrema troneggiavano ben due grandi fari, cosa particolare, abbiamo visto diversi “essiccatoi” dove persone vi stendevano ad asciugare delle grandi alghe (penso si tratti della Laminaria). Nel Oceano Atlantico ci sono più di 10.000 differenti specie di alghe con le quali si ottiene prodotti farmaceutici, fertilizzanti, prodotti di bellezza. Tra l’altro si tratta di un “superfood” estremamente nutriente.

Dopo una breve passeggiata sulle rocce, fortunatamente la marea era bassa, ci siamo rimessi in marcia lungo la N.47 fino al posteggio di Botnsá og Glym dove abbiamo forzatamente dovuto lasciare l’auto per continuare a piedi verso la cascata Glymur. Il sentierino, tortuoso e non sempre facile, prevedeva anche il guado di un torrente camminando su di un tronco d’albero, calarsi in una spaccatura nella roccia, una sorta di cunicolo che attraversava una grotta naturale e per fortuna in molti punti erano fissati dei paletti di ferro con corde per aiutarsi nell’arrampicata. Ad un certo punto si intravvedeva la cascata che però era situata molto più in alto, ci siamo quindi arrampicati su di una parete rocciosa dove il sentierino era friabile e c’è mancato poco che Massimo fosse colpito da pietre staccatesi dall’alto a causa di un turista deficiente che si voleva fare dei selfi sul baratro. Solo Massimo si è poi avventurato ancora più in alto, mentre io lo avevo atteso all’ombra di un cespuglio: ero affaticata, il giro era durato più di tre ore.

Al rientro, mi sono ancora soffermata a raccogliere semi di lupino, stupendo fiore tipico dell’Islanda con un’infiorescenza a grappolo dal tenue colore lilla.

Siamo arrivati all’Hotel 201 Kopavogur nel tardo pomeriggio, senza considerare che in Islanda i ristoranti chiudono alle 21:00 abbiamo dovuto ripiegare ad un ristorante cinese vis-à-vis all’albergo.

Domenica 13 agosto colazione in Hotel ed in seguito nuova avventura. All’inizio abbiamo costeggiato per un po’ il mare per poi addentrarci nei “campi lavici” che ricoprono tutta la penisola di Reykjane (dove tutto in fondo c’è anche l’aeroporto di Keflavik) poi siamo andati nell’entroterra sula N.42 passando accanto al lago Kleifarvatn profondo di 97 m. nelle cui acque si specchiavano le nuvole e le ripide colline circostanti. Il color ocra della terra e rocce laviche attorno al lago è caratterizzato dalle numerose sorgenti termali e solforiche che lo nutrono.

Nella zona geotermale di Krýsuvík l’odore di zolfo è molto pungente, ma i colori che impregnano la terra e le rocce sono straordinari. Molte pozze di fango grigio ribollivano rilasciando verso l’alto sbuffi maleodoranti. Al solo pensare che più in profondità le placche tettoniche sono costantemente sospinte facendo a volte portare verso l’alto o addirittura far fuoriuscire il magma, certo mi dava i brividi. Ma questo era solo l’inizio.

Risaliti in auto, abbiamo ripreso la N.42 verso sud fino ad entrare nella N.427 in direzione di Grindavík costeggiando il mare sul sedimento di rocce vulcaniche fino al vulcano Fagradalsfjall che in data 4.7.2023 nella parte nord, aveva presentato una fessura dalla quale era in corso un’intesa attività sismica.

La zona vulcanica è molto estesa, la nostra escursione è stata fatta al lato della colata del 2021 e dalla vetta abbiamo potuto vedere anche la colata del 2022, in totale abbiamo camminato per 22 km inizialmente pianeggiante per poi diventare un’arrampicata in verticale.

Ammetto che a tratti ho avuto paura di rovinare a valle, mi sono dovuta concentrare e superare la nausea che mi danno le vertigini. Specialmente la discesa è stata atroce, dovendomi irrigidire per il timore di cadere, la mia schiena subiva l’impatto col suolo scivoloso. In un paio di occasioni sono scivolata per uno o due metri trattenendo il respiro nella speranza di trovare un appiglio che mi frenasse. Anni or sono avevo già avuto modo di visitare dei vulcani, in parte attivi, in Indonesia e Hawai’i ma l’emozione che mi ha dato il Fagradalsfjall è stata impressionante. Forse in quei momenti sulla parete del cono vulcanico, ho avuto modo di ripensare alla forza violenta della Natura… alla magnitudine delle sue espressioni che per mezzo di eventi di questo tipo ci mostra che noi uomini non abbiamo assolutamente nessun potere!  

Anche se piuttosto stanchi, abbiamo voluto fare anche un breve city-tour di Reykjavík dalla chiesa Hallgrímmskirkja lungo le stradine della parte vecchia fino al Harpa Concert Hall ed il porto.

Lunedì 14 agosto dopo la colazione in Albergo, ci siamo avviati verso Keflavik in quanto dovevamo riportare l’automobile presa a noleggio ed essere all’aeroporto per il check-in con un buon anticipo. Ammetto che mi sentivo molto triste, anche se felice di poter riabbracciare chi, a casa, certamente ci stava attendendo con trepidazione.

8 Replies to “Iceland, the land of the old Gods * Islanda la patria degli antichi Dei”

  1. meraviglioso questo tuo viaggio, l’Islanda è nei miei sogni da sempre, chissà se un giorno riuscirò ad andarci anch’io! 👍👍👍👍👍👍👍👍👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏😊😊😊😊😊😊😊

    1. Ogni “fuga-avventura” è come toccare con un dito una stella in una notte buia… mi piace pianificare il viaggio, scegliere cosa vedere, da dove passare… poi ogni cosa può anche stravolgersi. Non importa. Il divertimento è garantito.
      Come quando si scrive, a volte hai una trama precisa nella mente, ci hai lavorato ore ed ore cercando di renderla il più avvincente possibile… ma alcune volte, il protagonista vuole fare di testa sua 🙂 e la trama si stravolge.
      Anche in questo viaggio, avevamo in mente di andare fino su sù al nord-nord fino all’invisibile linea del Circolo polare artico. Non ci voleva la gomma bucata ed il “rispetto” delle strade sterrate off-road islandesi. :-)c

      1. nonostante le piccole disavventure siete riusciti a fare un viaggio pazzesco, un sogno per moltissimi, anche per me. Buona serata, un caro abbraccio 👍👍👍👍😊🤗

  2. Ein hochinteressanter Reisebericht mit sehr eindrücklichen Bildern. Toll.
    Ich lege Iceland, the land of the old Gods bei mir ab, damit ich ihn später nochmals durchgehen und anschauen kann.
    Grosse Umarmung. Ernst

    1. Unter diesem Link, lieber Ernst, findest Du größere Fotos die dir sicherlich eine andere Dimension dieses schönen Landes voller Wunder zeigen, die es zu entdecken gilt.
      Der einzige sehr negative Punkt ist, dass das Töten von Walen dort erlaubt ist… was mich sehr beunruhigt und mich so viele Jahre warten ließ, bevor ich es besuchte.
      Es gibt viel Kritik an der isländischen Regierung, die Wale nur aus Profitgründen tötet, um sie nach Japan zu exportieren (?) trotz des Verbots, und hier herrscht Schweigen… und obendrein muss man wissen, dass ab 2022 kein Walfleisch mehr gehandelt werden darf (in den Ländern Japan, Norwegen und Island).
      Welchen Sinn hat es, es in den Gefrierschränken zu lassen, angesichts des Handelsverbots?
      Aber die Geschichte gilt nicht nur für diese Insel mit 367.000 Einwohnern… Es gibt auch die dänischen Färöer-Inseln, auf denen Delfine brutal für den Sport getötet werden (blutige Tradition ), und zwar unter dem Schutz dänischer Marineschiffe, um ein Eingreifen von Umweltaktivisten zu verhindern (sea shepherd).
      :-)c

      Iceland, the land of the old Gods * Islanda la patria degli antichi Dei

      1. Danke liebe Claudine für den Tipp und die weiteren Ausführungen zum Walfang und dem Sportschiessen der Delphine auf den Färöer.
        Ich werde deine Bilder mir nochmals zu Gemüte führen.

  3. Quasi tre settimane a contatto con la natura ammirandone la forza e la bellezza. Un viaggio che per la sua bellezza non vi ha stancati ma resi partecipi della natura selvaggia che avete vistato.
    Oltre le parole sono le stupende fotografie che testimoniano la mutevolezza dei paesaggi e degli animali.
    Un abbraccio

  4. Come scrivevo sopra all’amico Ernst, ho programmato il viaggio non senza farmi una moltitudine di scrupoli… era da anni che avrei voluto visitare quest’isola, ma solo nel 2022 è stato varato il divieto di commercio di carne di balena… ci siamo però accorti che le “brutte tradizioni” rimangono e sporcano vergognosamente tutti i buoni intenti dei governi (ovunque, in verità).
    Ho però visto che c’è una crescente offerta di Whale Watching che potrebbe convincere anche i più stolti che finanziariamente ed ecologicamente è di maggiore profitto!
    :-)c

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