• Semplicemente… donna

    Sara Luna e Claudine
  • me and my girl :-)
  • Mi sento unicamente una "Cittadina del Mondo"
    figlia, madre, amica, compagna, donna...
    Ho viaggiato lungo rotte conosciute ed altre ignote, per lavoro ma anche per curiosità o solo per il desiderio di scoprire nuovi luoghi!
    L'esperienza a contatto con altri popoli, religioni e culture, mi ha insegnato a venerare Madre Natura ed ogni forma di vita che ci conduce a valutare precetti inconfutabili, ma che purtroppo troppi ignorano nel più assoluto egoismo.
    Vi apro le porte del mio mondo virtuale... seguitemi lungo l'itinerante scorrer d'acqua lasciando traccia di vissuto.

  • What to say about Claudine? She is passionate about living a present, balanced and authentic life, with a healthy dose of humor! She loves to travel the world, explore new places, people and food, but equally loves to retreat into silent solitude. She is a writer who follows a hidden path, into an unfamiliar world. If you just surrender and go with her on her eerie journey, you will find that you have surrendered to enchantment, as if in a voluptuous and fantastic dream. She makes you believe everything she sees in her fantasy and dreams. But as well you take a journey to the frozen mountain peaks of the north of Europe, to the crowded sweating streets of Mexico or Africa. Her characters are wonderfully real and wholly believable perfectly situated in her richly textured prose. She’s a lovely person and she writes with exquisite powers of description! She’s simply great! R. McKelley

    ***

    Chi è Claudine? Lei è appassionata nel vivere al presente una vita equilibrata e autentica, con una sana dose di humour! Ama viaggiare per il mondo, esplorare nuovi luoghi, persone e cibo, ma ugualmente ama ritirarsi in solitudine, nel silenzio. E' una scrittrice che segue un sentiero nascosto, verso un mondo sconosciuto. Se solo vi arrendete e andate con lei in questa spettacolare avventura, realizzerete che vi siete confidati all’incantevole, come in un sogno fantastico ed avvolgente. Vi farà credere ad ogni cosa che lei vede nei suoi stessi sogni e fantasie. Ma inizierete anche un viaggio verso le cime ghiacciate del nord Europa, verso le strade affollate del Messico o Africa. I protagonisti sono magnificamente reali e totalmente credibili stupendamente inseriti nella ricca trama di prosa. E’ una “grande” persona e scrive con uno squisito potere descrittivo. E’ semplicemente magnifica.

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Impronte ed Ombre * Footprints and Shadows

rain

Era ormai l’imbrunire e le ombre erano scivolate sul selciato.  Fuori, la tristezza dell’autunno a colpi di raffica di vento e nebbia, si portava via i rimasugli dell’estate. Foglie dalle mille sfumature dal vermiglio all’ocra, giocavano a rincorrersi per poi finire sospinte contro il muretto che definiva il perimetro del giardinetto. L’uomo nel bar si sentiva sempre più inquieto. Chiuso nel suo silenzio ostinato, con quel incombente peso che portava dentro, guardava di tanto in tanto con fare guardingo l’entrata. Le persone entravano ed uscivano, con ritmo sostenuto. Era l’ora degli aperitivi: al fine della lunga giornata lavorativa, gli amici si davano appuntamento per cercar di attenuare le tensioni e mitigare le banalità del giorno trascorso. Egli era sempre un po’ restio a partecipare a questi raduni. Non rientrava nella sua indole: era un solitario, bonario e non possedeva una marcata predisposizione al chiacchiericcio. Stava nel suo brodo, e tutti lo rispettavano e lasciavano tranquillo. Il rumore all’interno era fastidioso, il vociare e ridere delle persone lo stavano irritando. Guardava con insistenza l’orologio al polso, mentre tamburellava con le nocche delle dita sul piano del bancone. Questo era un gesto usuale che sempre lo tradiva, quando il nervosismo si impadroniva di lui. – Vuole ancora un caffè? – Chiese cortesemente il cameriere con un sorriso. Roberto staccò lo sguardo dall’orologio e garbatamente scosse la testa. Guardò con fare furtivo l’uomo dietro al bancone; la sua candida camicia, i capelli lisci tenuti all’indietro da un grosso spessore di brillantina. “Fuori moda” pensò Roberto. Comunque il giovane cameriere gli era simpatico, non come certuni altezzosi che ti piazzano sgarbatamente la tazza del caffè sotto il naso senza neppure degnarti di uno sguardo. Si era già anche chiesto, quale fosse la predisposizione caratteriale tipica del cameriere. Finiva col gettare la spugna e classificarli sotto due specie distinte: quelli garbati e quelli scortesi. Altre volte cercava d’utilizzare l’empatia, per meglio calarsi nelle figura del servitore. No, decisamente, questa non sarebbe stata una professione adeguata alla sua indole. Troppo contrastante, avrebbe dovuto comportarsi con troppa falsità… Una frenata d’auto all’esterno, lo fece trasalire, riportandolo ai suoi crucci. Quanto tempo era trascorso? Un’ora? Eppure Maria era sempre stata puntuale! Nella mente di Roberto turbinavano le idee, prendevano forma ipotesi strane. Si ricordava dell’ultima volta che l’aveva vista, alla stazione, mentre saliva sul treno che l’avrebbe portata a Firenze. Come ogni domenica sera, da anni, ci aveva ormai fatto l’abitudine. E lui che la stava sempre a rimirare, spiando dal marciapiede della stazione,come un adolescente. Avrebbe dovuto dirglielo già da parecchio tempo che l’amava e che la voleva sposare! Ma le parole non gli uscivano di bocca. Già, la sua indole. Era questa che lo fregava. Pensava che “non si arriva alla soglia dei 50 anni, per iniziare a farsi trascinare dai sentimenti”. Ne aveva viste di tutti i colori, nella sua vita, era però sempre stato fermo e mai si era lasciato avvinghiare. Era un uomo libero, lui! Uno di quegli scapoli convinti, che prendeva le cose con filosofia. E poi, in fondo, anche a Maria andava bene così. Maria non aveva mai avuto delle obiezioni, non lo aveva mai tediato con la storia del matrimonio – famiglia – e quant’altro. Chissà… o forse si stava sbagliando? Da qualche settimana erano iniziate quelle sue strane telefonate. Maria appariva vaga; non gli aveva regalato quelle splendide risate cristalline che così gli riempivano il cuore. “Che si fosse innamorata di un altro?” Roberto mormorò la frase sottovoce, e l’eco riportato al suo cuore, vi irruppe e lo attanagliò. Già, ora che ci pensava! Ma eppure Maria ritornava ogni fine settimana da lui, fedele e felice. Poi all’improvviso quella mattina presto, quando ancora Roberto dormiva profondamente, era squillato a lungo il telefono. Era trasalito, udendo la voce di Maria dall’altro capo. – Amore, ti prego, non adirarti. Ascolta. Devo vederti ancora oggi… è importante, posso solo contare sul tuo aiuto, posso solo fidarmi di te. Troviamoci in quel piccolo bar dove ci siamo conosciuti, dietro la stazione centrale. Arriverò con il treno delle 19:00, ti spiegherò ogni cosa -. Appariva tutto così strano ed irreale. Ora lui era lì, all’interno di quel bar dove avrebbe dovuto incontrare Maria. Ma dove diavolo era Maria? Cos’erano quelle “informazioni” urgenti e così misteriose che doveva comunicargli? Ora ricordava altri particolari della scorsa domenica sera: particolari che aveva sbadatamente ignorato. I lunghi capelli corvini della donna erano mal raccolti, riccioli sparsi le scendevano sugli occhi. Anche le mani le tremavano, quando le aveva strette tra le sue. Maria! Ora, a livello inconscio, provava una sorta di paura. Sapeva che poteva solo essere accaduto qualcosa, qualcosa di grave. – Scusi, lei è il signor Roberto Verdi? – La voce lo riportò di scatto e con dolore al presente. – C’è una donna al telefono che chiede di lei -. Disse il cameriere dalla candida camicia, allungando sopra il bancone il ricevitore del telefono. Roberto allungò il braccio destro, con mano malferma e sudaticcia, prese la cornetta. – Pronto… sono Roberto Verdi… chi è lei? – La sua voce era roca, dovette schiarirsela un paio di volte, si sentiva molto eccitato. Anche i battiti del suo cuore, erano aumentati. Dall’altra parte, silenzio perfetto. I secondi gli martellavano nella testa, pulsavano poi giù giù fino alla bocca dello stomaco. “Che imbecille, ma guarda che deficiente che sono, a lasciarmi trattare così”. Pensò con uno spasmo di rancore. Poi finalmente giunse la voce, dall’altro capo del filo. – Lei non mi conosce, signor Verdi. Sono Lucia, un’amica di Maria -. Un nuovo silenzio. Roberto non osava aprire la bocca, era cosciente che le parole non ci sarebbero state; si erano radunate tutte lì, bene l’una vicina all’altra, nella bocca del suo stomaco. – Pronto? Signor Verdi, è ancora in linea? – Con un colpo di tosse, Roberto rispose suo malgrado. Lucia continuò con voce pacata: – Ah, per fortuna, pensavo fosse caduta la linea. Maria ha avuto un contrattempo… nulla di grave, beninteso. E’ stata trattenuta -. Finalmente Roberto, o meglio, l’orgoglio ferito che l’uomo cercava di tenere a bada, sbottò: – E chi mi assicura che questo non è uno scherzo? Senta Lucia, devo parlare con Maria! E’ di vitale importanza. Cos’è la storia del contrattempo? Perché non è Maria stessa che mi ha telefonato per informarmi? Dov’è ora Maria? – Nuovo silenzio. Nuova attesa e nuovi spasmi. La voce di Lucia si fece tenue -. E’ all’ospedale. Non è nulla di grave, almeno non per lei stessa. Nel nostro ufficio una collega ha avuto un malore; si tratta di una giovane donna che vive sola. Maria l’ha portata all’ospedale e per aiutarla le è rimasta vicino. Mi dispiace che l’ho potuta contattare solo ora… tutto è accaduto così rapidamente. Non appena è stato possibile, Maria mi ha pregato di contattare il Bar dove avevate l’appuntamento. Ci ho messo un po’ a reperire il numero telefonico -. Lucia rimase un attimo in silenzio, poi continuò: – Maria vorrebbe che lei la raggiungesse a Firenze, direttamente all’Ospedale Civico. Sempre che ciò sia per lei possibile. Dovrebbe esserci un treno ogni mezzora. Ha aggiunto che è molto importante che riusciate a vedervi, Maria ha bisogno di lei! Arrivederci, signor Verdi, è stato un piacere sentirla. Le auguro un buon viaggio -. Roberto udì il clic della comunicazione staccata. Come un ebete, osservava la cornetta del telefono che ora poggiava sul bancone. Si sentiva vuoto dentro ed il fastidio allo stomaco era anche peggiorato. – E adesso che cavolo faccio? – Pensò ad alta voce, mentre con la mano sinistra cercava il portamonete per saldare il conto.

Maria guardava il viso della giovane donna. La piccola mano pallida e fredda, era stretta tra le sue. Mentre contemplava ogni piccolo particolare di quel viso, un milione di cose si agitavano nella sua mente. Ombre, le tormentose ombre del passato nuovamente l’avvolgevano, quasi impedendole di respirare. Ultimamente, ciò le accadeva con maggiore frequenza. La piccola camera era disadorna, un letto in ferro, i soliti utilizzati negli ospedali. Le lenzuola erano state inamidate e risultavano ruvide al tatto. Un piccolo comodino sul lato sinistro, una tavola d’insufficiente grandezza e due seggiole poggiate contro il muro. Un odore intenso d’antisettico impregnava l’aria; il tipico odore dei nosocomi. Completava il quadro un piccolo crocifisso, quasi si volesse ricordare all’osservatore Gesù morto per salvare l’umanità. Lucia era già ritornata nella camera, con un gesto della testa ed un vacuo sorriso, le aveva fato capire che tutto era in ordine. Sicuramente aveva potuto parlare con Roberto, e ciò è quanto importava a Maria, il resto era per ora irrilevante. Entrò il medico del pronto soccorso. Aveva una scheda tra le mani, posò un passaporto ed altre carte sul letto della giovane paziente. – Attendo la conferma degli esami. Quasi certamente si tratta di un aborto spontaneo. Il feto avrà avuto circa 16 settimane. Mi dispiace. Non abbiamo potuto salvare il bambino. Lei è la madre di Letizia? – Maria, ricacciò la forte emozione che ora cercava di trattenere con enorme difficoltà. Poi si morse il labbro, quasi volesse svegliarsi da un incubo che le aveva rovinato il sonno. Lasciò la mano della giovane, deponendola con cura sul suo ventre, ora privato della vita che l’aveva scelto per un ritorno in questo mondo. – No dottore, siamo entrambe solo colleghe di lavoro. Mi chiamo Maria e lei è Lucia… non è da molto che Letizia lavora con noi. Aveva iniziato lo scorso mese di luglio. Non ci ha mai parlato della sua famiglia, vive da sola qui a Firenze, in una piccola pensione nel centro cittadino -. Un silenzio pesante, come un’ombra in agguato, era disceso su quell’angusta stanza. Maria si fece coraggio e continuò il suo monologo, forse più per se stessa, che non per il medico il quale già dava segni d’impazienza. Ma perché raccontava queste cose? In fondo, chi era lei per cercare di ghermire le difese della giovane donna che ancora giaceva inerme davanti ai suoi occhi? Non doveva giustificare nulla, perché sentirne la necessità? Ma Maria continuò, con voce soffusa: – Letizia è sempre stata molto taciturna, le nostre conversazioni erano ridotte allo stretto necessario. Ho sempre rispettato il suo riserbo, in realtà la capivo poiché sul posto di lavoro non vi è dato spazio per esprimere sentimenti o quant’altro -. Perché proprio ora, queste esternazioni arrivavano a fare breccia nel suo cuore? Perché accadeva tutto così rapidamente? Trattenne per qualche secondo il respiro, come se stesse cercando di trovare le parole adeguate alla circostanza. Si sentiva impacciata, mentre avvertiva una vampata di calore accarezzargli le gote, e quella sensazione le recava un forte imbarazzo. Non le piaceva mostrare così la sua emotività… ma oramai era troppo tardi. Anche Lucia la stava osservando, con fare curioso. Era la prima volta che Maria si comportava così, come dire, così poco razionale. Maria, si sentiva sprofondare in una voragine oscura e tetra, e le ombre si muovevano all’interno del suo cuore. – Maria, cara, vuoi un caffè? Vieni, lascia stare, vedo che sei molto scossa… al medico non interessano questi particolari -. Un susseguirsi di sensazioni recondite, che erano state fissate con delle puntine d’acciaio nei labirinti e camere oscure della sua memoria. Ora però,le puntine, una ad una, si erano staccate e lasciavano libere le sensazioni vergognose ed imbarazzanti. “Fermati Maria!” Udiva nella sua mente la solita voce di ammonitrice. “Maria ma che fai? Cosa dirà la gente?” E quella voce continuava incessante, cercava di ostacolare le sensazioni che ora erano diventate ingovernabili. Ma Maria, non voleva fermarsi. Non ora che riusciva finalmente a permettere al suo cuore di lasciar sgorgare tutte quelle percezioni così brucianti, che per troppo tempo aveva celato persino a sé stessa. – No, grazie sto bene. Non voglio un caffè… se il dottore non desidera ascoltare può anche uscire! Anche tu Lucia, puoi uscire se non vuoi sentire ciò che devo dire -. Rispose Maria con fermezza guardando l’amica ed il medico. Ora Maria appariva un poco più rilassata; si era riaggiustata una ciocca ribelle di capelli che era scivolata sopra l’occhio sinistro. Il ciuffo appariva come un’onda in un mare cupo, nel quale il viso arrossato di Maria emergeva come una vela irrorata dai raggi d’un sole al tramonto. Prese la sedia, che stava sistemata contro la parete al lato della finestra e si sedette. Il medico, si accomodò sul bordo del letto dove Letizia dormiva il suo sonno ristoratore. Era in bilico, i glutei mal posati, poiché le sue corte gambe non gli consentivano un appoggio sicuro. Lucia ancora con gli occhi sgranati dallo stupore, si era impadronita dell’altra sedia ed ora pareva non volersi perdere neppure una sillaba. Maria li osservava: a turni, prima l’uno poi l’altra per poi finire col posare lo sguardo sul viso smunto di Letizia. Con voce rotta dall’emozione, Maria confessò: – Avevo 17 anni. Ero stata il disonore della mia famiglia: una giovane sedotta e poi abbandonata! I miei genitori non potevano prendersi carico del nascituro, non per cause finanziarie, ma bensì a causa della reputazione. “Cosa avrebbe detto la gente! Nessun uomo avrebbe maritato una ragazza madre…” Questa era stata la sentenza di mia madre -. Maria chiuse gli occhi, stringendo con forza i pugni e ricacciando con coraggio le lacrime, continuò: – Mi mandarono in Svizzera, da certi parenti alla lontana. Ed io dovetti ubbidire. In seguito, dentro il mio cuore avevano iniziato a ramificarsi sentimenti di astio ed angoscia, emozioni che mi hanno condizionata per decenni. Mi era lasciata illudere da un uomo, mi aveva utilizzata, ora questa era la punizione. Rimasi in Svizzera per sette mesi, ma quando tornai a casa, tutto era cambiato, erano arrivate le ombre che avevano iniziato a torturarmi nella mia coscienza. Dopo molti anni, quando conobbi Roberto, avevo cercato di dimenticare l’accaduto. Roberto era così dolce e maturo, era diverso dagli altri. Ma al principio non avevo avuto il coraggio di parlargli del mio passato; e così avevo sempre più posticipato la mia confessione. Ero persino riuscita a mentire a me stessa, quando avevo deciso di passarci un colpo di spugna. Via, come le impronte sul bagnasciuga… intanto che dentro il mio cuore la marea saliva e scendeva, mentre io cercavo di tenere a bada le emozioni ed i sentimenti. Ma tutto può cambiare nella vita, a volte, quando meno ce lo si aspetta. L’arrivo di Letizia sul posto di lavoro… i suoi malori sporadici, il ventre che non riusciva più a nascondere. E con lei, erano ritornati anche i miei ricordi del passato. Oscure ombre che in certi momenti del giorno, avevano anche coperto i raggi del sole -. Il medico e Lucia guardavano sempre sbigottiti, senza osare interromperla. Lucia si era emozionata e grosse lacrime scendevano come rigagnoli ai lati del suo naso. Maria, dopo un sospiro, riprese: – Ho subito pensato che potevo offrire a Letizia il mio aiuto, ma avrei voluto parlarne con Roberto. Era per questa ragione che gli ho chiesto di venire qui. Lo volevo vedere con grande urgenza. Entrambi avremmo potuto offrire un sostegno alla giovane, darle quell’affetto che una donna in gravidanza necessita. Ma ora è troppo tardi, la piccola creatura non c’è più! – In fondo al suo cuore, ora Maria provava l’immenso desiderio di ritrovare sua figlia. Con uno spasmo d’angoscia si ricordò del loro primo incontro, subito dopo il parto. Un’immagine le balenò davanti agli occhi. La piccola creatura era minuta, strillava forte e non sembrava volesse smetterla. Le suore l’avevano immediatamente portata via, e lei era rimasta immersa nella rassegnazione e nella vergogna. – Sono trascorsi molti anni, mia figlia ora avrebbe all’incirca la stessa età di Letizia. Chissà dove sarà? – Maria guardava il viso pallido di Letizia, mentre affermava: – Ho commesso anch’io molti errori, ma non è mai troppo tardi per porvi rimedio. Per ora, io mi occuperò di lei, se lei sarà d’accordo! – Poi, sorridendo, si rivolse a Lucia: – Hai parlato con Roberto, a che ora arriverà? – Lucia aveva difficoltà ad articolare le parole, quasi d’un soffio confermò: – Arriverà tra circa un’ora -. Poi Maria uscì, lasciando il medico e l’amica che continuavano a guardarsi sbigottiti. Le ombre apparivano lontane, come nuvole cariche di pioggia; in balia della tempesta alla quale il destino di ogni uomo è incondizionatamente sottoposto. Maria sperava, in cuor suo, che Roberto avrebbe capito e che le avrebbe perdonato gli anni di silenzio.

Roberto aveva attraversato di corsa le strisce pedonali davanti al Bar. Fuori era ormai già buio e la luce delle lampade alogene ai lati della strada, gettava ombre spettrali sul selciato umido. Lo stridio dei copertoni delle auto sull’asfalto, gli ricordava prudenza. “Bisogna proprio essere suonati per mettersi al volante con questo tempo da lupi!” Affermò parlando a se stesso Roberto, mentre con un gesto di stizza cercava di individuare le chiavi dell’auto nelle molte tasche del suo soprabito. “Cavoli, mica le avrò dimenticate sul bancone del bar!” L’uomo rallentò il passo, si fermò e posò la borsa sul muretto di una casa dalla quale proveniva una soave melodia. Improvvisamente si sentì sciocco, in balia della rabbia che a causa della situazione, si era comodamente istallata nel suo cuore. Osservò verso le finestre illuminate, vide un paio di bambini che giocavano a rincorrersi. Le loro grida ciarliere e divertite, permisero nel suo cuore di fare breccia ad altri sentimenti. “Ah eccole, le avevo messe erroneamente nella tasca della giacca.” Ora sorrideva alla sua impazienza e nervosità. “Penso proprio che l’età si faccia sentire, e sotto il suo peggiore aspetto. Sono diventato intollerante e sgradevole.” I suoi occhi indugiarono, sempre osservando le luci provenienti dalla casa. Ora le voci dei bimbi risuonavano come canti remoti nella sua intimità più nascosta. Si intrecciavano gioiose, giocavano a rincorrersi come le stelle del firmamento nelle chiare notti invernali. Roberto pensò che tra breve avrebbe riabbracciato la sua amata. Ancora un paio d’ore di pazienza. Quanto la amava! Avrebbe certamente dovuto dirglielo da parecchio tempo. Ma il suo cammino lo aveva portato a confrontarsi con le afflizioni del suo cuore, doveva ritrovarsi. – Posso fare qualcosa per lei? – Disse una voce femminile alle sue spalle, mentre Roberto cercava di staccare gli occhi dalla luce. Dietro di lui, a pochi passi, vide un viso di donna, apparso dal nulla come i suoi pensieri, forse portato da qualche Angelo Guardiano intimorito dal suo profondo cruccio. – Scusi? Ah, no no, guardavo i bimbi giocare… la luce della finestra…, è stata come una visione -. La donna si accorse che Roberto stava piangendo, ne provò forte pietà. – Non mi sembra che sia tutto apposto. E’ sicuro che non posso fare nulla per lei? Posso chiamarle un taxi, venga, quella è la nostra casa. Mio marito la potrà aiutare -. Così dicendo, la donna s’incamminò con passo rapido verso la casa dalla quale giungevano le voci. – Grazie, signora. Sto bene. Mi creda. Forse solo un po’ d’emozione… ma passerà. Ho l’auto parcheggiata poco lontano da qui, devo andare a Firenze: la mia fidanzata mi attende. La ringrazio ancora per la sua premura -. La donna volse le spalle e rientrò. Lasciando nell’aria solo un leggero aroma di vaniglia, il suo gioviale sorriso si era confuso con il contorno oscuro della notte. Roberto si affrettò verso la sua vecchia auto, aprì la portiera e gettò sul sedile posteriore il soprabito. Aveva ripreso a piovere. “Bene, vecchio mio, fatti coraggio. Tra poco più d’un ora tutto la potrai riabbracciare.” Sussurrò Roberto a mezza voce mentre inseriva la retromarcia.

Quando Maria vide l’ombra dell’amato stagliarsi dinnanzi, dapprima ebbe un tonfo al cuore. Sentì l’emozione prenderle ogni cellula, ogni sensazione divenne dolorosa e le parve impossibile di riuscire a muoversi. Durante la lunga attesa, più volte si era ripetuta le parole che avrebbe voluto dire a Roberto. Le aveva imparate a memoria, ma ora che l’uomo le stava di fronte con un sorriso un po’ forzato, Maria aveva avuto un vuoto di memoria. – Ciao -. Queste quattro lettere erano state le uniche che la sua bocca avesse permesso di lasciar sbocciare, come petali di un fiore ghiacciato. E così fredde furono percepite da Roberto, che ora si forzava per non mettersi a piangere. – Maria! – rispose, con lo stesso tono addolorato e funesto. – Maria! – ripeté ancor più sommessamente, quasi non volesse ferire l’aria con quella lama invisibile che profondamente gli stava entrando nel cuore. Rimasero entrambi a guardarsi, cercando l’uno negli occhi dell’altra, quel guizzo subitaneo che avrebbe potuto rompere il gelo. I secondi martellavano, si confondevano con i battiti dei loro cuori e poi volavano via noncuranti della traccia amara che lasciavano dietro di sé. Maria ripigliò la ciocca ribelle, la fece sostare controvoglia dietro l’orecchio, ora la mano tremante si era posata sulla gola, quasi volesse proteggere le tante parole che stavano pian piano ritornando alla sua memoria. Contemporaneamente entrambi si avvicinarono, le braccia distese come rami secchi ai lati dei corpi, poi come per magia due sole parole all’unisono: – Ti amo! – Pronunciate con enfasi liberatrice, espulse dai cuori di entrambi con palpitante eccitazione e gioia. – Si, Maria, ti amo. Ti amo e non posso vivere all’idea di perderti -. Roberto non riusciva più a trattenere le lagrime, ora piangeva, uno sfogo liberatore. La donna singhiozzava, mentre gli rispondeva. – Anch’io ti amo, Roberto. Ho temuto che non sarei mai riuscita a confessarti il mio passato. Vieni, voglio che tu conosca una persona. Si chiama Letizia, ha bisogno di noi. Non ha più nessuno e noi saremo la sua famiglia. Tanti anni or sono, ho commesso un grave errore. Ho dovuto obbedire ai miei genitori… potrai mai perdonare il mio silenzio? – Roberto la strinse a sé con vigore: – Non importa, non ora. Mi racconterai -. Tenendosi abbracciati stretti l’uno all’altra, rientrarono nell’ospedale. Lasciavano alle loro spalle il peso di un passato fatto di troppo orgoglio personale e paure mal celate. Ora Letizia necessitava la loro presenza. Le ombre del passato, svanivano come la bruma del mattino al sorger del sole.

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  • Piccoli passi nella Taiga (not published)

  • Il Segreto degli Annwyn Edizioni Ulivo – Balerna ISBN 978 88 98 018 079

  • The Annwyn’s Secret Austin Macauley London ISBN 9781785544637 & ISBN 9781785544644

  • The Annwyn’s Secret

  • Silloge Poetica “Tracce” – Edizioni Ulivo Balerna

  • Il Kumihimo del Sole – Seneca Edizioni Torino

    ISBN: 978-88-6122-060-7
  • Il Cristallo della Pace – Seneca Edizioni Torino

    ISBN 978-88-6122-189-5
  • Nebbie nella Brughiera – Seneca Edizioni Torino

    ISBN 978-88-6122-055-3
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